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Pubblicato da Staff N&S
 
Il virus Ebola è l’agente responsabile di una malattia rapidamente fatale nel 50-90% dei soggetti colpiti. L’infezione è caratterizzata da febbre elevata ed emorragie interne. Il nome “Ebola” origina dall’omonimo fiume dello Zaire, attuale Repubblica Democratica del Congo, lungo il quale si verificarono nel 1976 i primi casi noti alla comunità scientifica. Per ragioni ancora sconosciute, negli stessi mesi un’epidemia di dimensioni simili si osservò nel Sudan, ma con una mortalità molto più bassa (50%). La malattia prodotta da Ebola è assai simile ad altre febbri emorragiche, in particolare alla febbre emorragica di Marburg, scoppiata nella omonima città tedesca nel 1967 o alla febbre emorragica di Dengue, che ha interessato aree del continente americano ed asiatico. La differenza sta nella elevata mortalità che accompagna l’infezione da Ebola. In tutte queste infezioni, inclusa quella di Marburg, l’agente è un virus di provenienza africana, ospitato cioè da animali che vivono molto probabilmente nelle foreste pluviali di questo continente.

 

Nell'epidemia iniziata a Febbraio 2014 in Guinea, e successivamente diffusasi in Sierra Leone, Nigeria e Liberia, la mortalità risulta essere relativamente bassa (circa 50%). Non è ancora noto se si tratti di un ceppo virale poco letale o se la  bassa mortalità sia da ricondurre all'adozione di protocolli di trattamento più efficaci, elaborati sulla base dell'esperienza maturata durante le precedenti epidemie.

Il virus

Ebola è un virus a RNA, di forma filamentosa, appartenente alla famiglia dei Filoviridae. Ad oggi sono stati individuati 5 diversi sottotipi che prendono il nome dalla regione geografica o dalla città dove hanno prodotto il contagio e dove le equipe mediche lo hanno isolato ed identificato. Fino ad oggi le epidemie di Ebola si sono verificate solo nel continente africano. Di questi 5 sottotipi, quattro sono patogeni per l’uomo mentre il sottotipo Reston, isolato per la prima volta a Reston (Virginia-Usa-) da macachi provenienti dalle Filippine, è responsabile di malattia nelle scimmie ma non nell’uomo, nel quale provoca solo un’infezione quasi del tutto priva di sintomi.
 
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Come si trasmette

L’infezione si trasmette per contagio diretto uomo-uomo attraverso materiali biologici (urine, essudati, sperma, feci e sangue) del soggetto infetto. Il virus non si trasmette per via aerea. Nei soggetti sopravvissuti alla malattia, il virus permane anche dopo la guarigione, in particolare nel liquido seminale (6-7 settimane), sicché il contagio per via sessuale può verificarsi ancora nelle settimane successive alla guarigione. Diversamente da quanto prospettato nel famoso film Virus Letale (Outbreak) di Wolfgang Petersen, con Dustin Hoffman e Morgan Freeman, la trasmissione aerea del virus è stata provata sperimentalmente solo nelle scimmie del genere Rhesus ma non nell’uomo. L’uomo si infetta molto probabilmente dopo contatto occasionale con alcune specie animali commestibili, come il porcospino, o utilizzate a scopi commerciali, come i macachi, ma è opinione comune fra gli infettivologi che il serbatoio primario sia una o più specie stanziali lungo le foreste pluviali.

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Virus Letale (Outbreak) di Wolfgang Petersen ©Warner Bros 1995.

La malattia

L’incubazione è relativamente breve, circa 5-10 giorni. L’inizio della malattia è caratterizzata da febbre, faringite, stanchezza grave, congiuntivite, diarrea e dolori muscoloscheletrici. Nel 10-20% dei pazienti compaiono bolle emorragiche cutanee già entro la prima settimana dal contagio. Le emorragie, in particolare quelle a carico degli organi interni, sono la causa dell’elevata mortalità. Diventano progressivamente più gravi dopo la prima settimana e possono essere colpiti tutti gli organi interni (intestino, polmoni, reni, fegato, occhio etc).

Diagnosi

Anche per gli esperti OMS di febbri emorragiche non è facile diagnosticare la malattia nelle fasi iniziali, essendo i segni clinici ed i sintomi aspecifici. Ciò può esporre il personale sanitario a rischio di contaminazione ed a ritardato contenimento dell’infezione, con maggior rischio di espansione del contagio. Per queste ragioni le autorità sanitarie suggeriscono di isolare da subito i soggetti potenzialmente infetti se ci si trova in aree geografiche dove la malattia è endemica. Anche gli esami di laboratorio non sono determinanti ai fini della diagnosi, benché la grave riduzione delle piastrine e dei linfociti che si osserva in questi pazienti, congiuntamente al contesto ambientale ed al quadro clinico, dovrebbero far sospettare un’infezione da Ebola. La conferma di malattia si ha solo con l’isolamento del virus dal sangue o da altri fluidi corporei. Nelle fasi successive dell’infezione, quando ormai la malattia è divenuta evidente, è possibile eseguire test anticorpali specifici.

Trattamento

Non esistono farmaci capaci di guarire l’infezione da Ebola. Non sono note neppure le particolari caratteristiche immunologiche del 30-40% dei soggetti che riescono a sopravvivere all’infezione. Il trattamento si limita a mantenere entro la norma i parametri vitali (pressione arteriosa, pressione di ossigeno nel sangue, perfusione degli organi interni) e nell’evitare che all’infezione da Ebola si sovrapponga l’infezione di altri patogeni.

Prevenzione

Non è possibile intervenire sul serbatoio naturale della malattia, non ancora identificato con certezza. Grande prudenza va quindi riservata alle modalità di trasferimento dalle zone endemiche ad altre regioni geografiche di animali potenzialmente infetti (gorilla, scimpanzé, macachi, gazzelle, pipistrelli). La seconda misura preventiva consiste nell’isolamento precoce dei soggetti potenzialmente infettati da Ebola. L’isolamento va protratto per almeno 3 settimane da quando si presume che il soggetto sia stato esposto. Infine, il personale sanitario che ha in cura i casi accertati o sospetti è tenuto a seguire i rigidi protocolli di prevenzione del contagio fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

 

Approfondimenti

Leggi cosa dice l'Istituto Superiore di Sanità su Ebola

 

 

 

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