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Pubblicato da Staff N&S

La vitamina C, o acido ascorbico, è la più nota delle vitamine idrosolubili. La molecola è attiva solo nella forma chimica levogira, ovvero come acido L-ascorbico. Essa svolge una funzione importantissima quale trasportatore di idrogeno nei processi di respirazione cellulare. L'acido L-ascorbico interviene anche nella sintesi del collagene e nel metabolismo del ferro, sia favorendone l'assorbimento che l'accumulo negli organi di deposito. La carenza di vitamina C, oggi assai rara, determina la condizione clinica conosciuta nell’antichità come “scorbuto”.

 

Lo scorbuto compariva nei marinai alcune settimane dopo che le scorte alimentari di verdure e frutta erano esaurite e si manifestava principalmente con emorragie diffuse, inizialmente gengivali, che comparivano sia spontaneamente sia in seguito a piccoli traumi. Successivamente, le emorragie si manifestavano anche a carico delle gambe e degli organi interni.

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E’ oggi noto che la causa di queste emorragie era dovuta ad aumentata fragilità dei capillari, indotta dalla sintesi difettosa del collagene, una proteina fondamentale dell’endotelio, la lamina sottilissima di tessuto liscio che riveste internamente la parete delle arterie. Poiché la vitamina C è necessaria per il regolare funzionamento dell’enzima che sintetizza il collagene, la sua carenza induce la formazione di cattivo collagene e, quindi, la comparsa di capillari fragili e inclini a rompersi.
 
E’ stato merito del dr. James Lind, medico della marina inglese, l’aver studiato per primo (anno 1721) questa malattia nei marinai di ritorno dai lunghi viaggi oceanici. Egli scoprì che lo scorbuto poteva essere sia prevenuto che curato con la somministrazione di succo di limone. Attualmente è difficile che si verifichino casi di scorbuto, ma è possibile che si verifichino casi di deficit transitori di vitamina C se il consumo di verdura e frutta fresca è povero.
 
Un’aumentata assunzione di vitamina C è spesso suggerita nei periodi invernali per prevenire la sindrome influenzale. Questa ipotesi poggia sull’osservazione che la vitamina C tende ad accumularsi nei globuli bianchi, migliorandone l’efficienza contro i virus influenzali.
 
Nell'uomo adulto se ne consigliano 50-100 mg al giorno. Dosi maggiori non solo sono inutili ma possono essere dannose. Per esempio la vitamina C aumenta l’assorbimento intestinale dei sali dell’acido ossalico. Questi sali prendono parte alla formazione dei calcoli urinari e, per tale motivo nei soggetti, con tendenza alla calcolosi urinaria, l’assunzione di vitamina C deve essere prudente. Altrettanto prudente deve essere l’assunzione della vitamina C nei soggetti con alterazioni del metabolismo del ferro (talassemia, anemia sideroblastica, emocromatosi), condizioni che possono peggiorare in presenza di elevati introiti di questa vitamina.

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