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Pubblicato da Dott. Paride Iannella
 

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Sono anticorpi prodotti in laboratorio con tecniche di ingegneria genetica, dotati di elevata selettività verso antigeni specifici ed utilizzati da oltre 20 anni sia a fini diagnostici sia per la cura di numerose forme di cancro e di malattie su base immunitaria (es. rigetto dopo trapianto d’organo, psoriasi, artrite reumatoide, morbo di Crohn etc). Il primo anticorpo monoclonale, il muromobab, noto come OKT3, è stato commercializzato nel 1986 ed era stato messo a punto nei laboratori Ortho del gruppo Janssen-Cilag. A partire da quella data, per convenzione internazionale tutti gli anticorpi monoclonali terminano con il suffisso -mab, abbreviazione di monoclonal anti-body (es: adalimumab, rituximab etc).

Produzione di anticorpi monoclonali

Per produrre un anticorpo monoclonale è necessario un ibridoma. Gli ibridomi sono speciali combinazioni di cellule frutto della fusione di una cellula tumorale, che può essere sempre la stessa per tutti gli ibridomi, e di una linfocita B (di topo o di uomo) capace di secernere l’anticorpo che si intende sintetizzare. Il primo ibridoma è stato prodotto nel 1976 ed era costituito dalla fusione di un “linfocita B immortale” isolato da un particolare tumore del sangue (mieloma) e da un linfocita B proveniente da un ratto precedentemente immunizzato con l’antigene verso per produrre il corrispettivo anticorpo desiderato. In questo modo si ottiene un clone di cellule immortali come lo è la cellula tumorale madre. Questo clone ibrido, perché frutto della fusione di due cellule diverse, è in grado di produrre all’infinito quello lo specifico anticorpo verso cui il linfocita B (di topo o di uomo) era stato immunizzato (figura 1).

Figura 1. Produzione di un anticorpo monoclonale a partire da un linfocita B di topo.
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Ovviamente il linfocita B non tumorale sarà diverso per ciascun ibridoma, poiché dovrà produrre lo specifico anticorpo che gli si richiede. Per ogni anticorpo monoclonale desiderato sarà quindi necessario immunizzare con l’antigene X il topo di laboratorio, che produrrà una linea di linfociti B capaci di sintetizzare l’anticorpo anti-X. Questo linfocità B sarà quindi fuso con una cellula tumorale, che renderà l’ibridoma immortale e produttivo all’infinito.

Anticorpi monoclonali: a cosa servono

Gli anticorpi monoclonali sono superselettivi, sono cioè in grado di riconoscere pochi amminoacidi di una determinata proteina antigenica. Questa superselettività consente, per esempio, di indirizzare l’anticorpo monoclonale su una zona specifica di una cellula tumorale e di distruggerla senza che le cellule sane vicine vengano minimamente aggredite.

Uso terapeutico

Gli anticorpi monoclonali sono utilizzati da anni in numerose malattie su base immunitaria, come l'artrite reumatoide, la psoriasi, il morbo di Crohn e la colite ulcerosa. Essi possono funzionare con due diverse modalità. Prendiamo il caso dell’artrite reumatoide, una grave malattia autoimmune nella quale il danno alle articolazioni è prodotto da una proteina chiamata Fattore di Necrosi Tumorale-alfa, conosciuta con la sigla TNF-alfa (Tumor Necrosis Factor-alfa). Nei pazienti con artrite reumatoide, il TNF-alfa induce una grave infiammazione. Nel 2002 è stato approvato un anticorpo monoclonale, denominato adalimumab (Humira®) in grado di disattivare il TNF-alfa. Quando si somministra questo anticorpo ad un paziente con artrite reumatoide, si osserva sia il rapido miglioramento dei sintomi sia il rallentamento (o il blocco) della malattia.

Vi è però una seconda modalità con cui gli anticorpi monoclonali possono agire, ed è quella di caricarli con una sostanza tossica (es: tossina, sostanza radioattiva etc). Quando essi legano la cellula bersaglio, scaricano su di essa la tossina di cui sono cavallo di troia e la distruggono. Nel 2011 è stato approvato un farmaco (Zevalin®) in cui all’anticorpo monoclonale ibritumomab è stata legata una molecola di cloruro di Yttrio-90, una sostanza radioattiva che uccide le cellule con cui viene a contatto. Questo anticorpo monoclonale è usato per la cura di un particolare tipo di linfoma non-Hodgkin poiché lega i linfociti B malati presenti in questa malattia del sangue e li distrugge.

Uso diagnostico

Al momento vi sono più di 30 anticorpi monoclonali usati a scopi terapeutici e quasi una decina usati a scopo diagnostico. L’uso diagnostico degli anticorpi monoclonali è molto promettente e sfrutta lo stesso principio degli anticorpi caricati con immunotossine o atomi radioattivi sopra descritti. Gli anticorpi monoclonali per uso diagnostico sono caricati con una sostanza detta tracciante che, quando il paziente è sottoposto ad una TAC o ad una risonanza magnetica (RM) rende più visibile le cellule che sono state legate dall’anticorpo marcato. E’ come se l’anticorpo monoclonale colorasse le cellule maligne per renderle più visibili all’esame radiografico. Ciò consente di visualizzare con grande dettaglio l’organo o il tessuto che si sta analizzando, di delimitare eventualmente i bordi della zona e definire, per esempio dove termina il tumore ed inizia il tessuto sano.

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