sei nella sezione   Psiche
Pubblicato da Dott. Paride Iannella
 

vai alla scheda autore

Con il termine di anoressia si definisce genericamente l’assenza di appetito (an= senza; orexia=fame). Le ragioni per cui un soggetto può risultare inappetente sono numerose, e quasi sempre si tratta di un sintomo associato a malattie specifiche. Una sensibile riduzione dell’appetito con conseguente dimagrimento si osserva per esempio nei soggetti con AIDS, tumori, dolore cronico. Queste forme di inappetenza secondarie ad altre malattie vanno distinte dall’anoressia nervosa (AN), il più grave dei disturbi del comportamento alimentare (DCA). Perché si possa dire che un soggetto è affetto da anoressia nervosa si devono verificare contemporaneamente le seguenti quattro condizioni:
1) rifiuto di mantenere il peso al livello minimo in rapporto all’età ed alla statura (BMI <18.5);
2) intensa paura di ingrassare pur essendo il soggetto sottopeso;
3) alterata percezione del proprio peso e delle proprie forme e negazione della gravità della propria magrezza;
4) assenza di mestruazioni per almeno tre cicli consecutivi.
 
La presenza di una reale magrezza patologica è quindi condizione necessaria ma non è sufficiente per porre diagnosi di anoressia. La magrezza, da sola, definisce piuttosto la gravità del quadro generale e quindi l’urgenza delle misure di intraprendere. Per valutare il grado di magrezza e quindi la tempestività ed aggressività dei trattamenti da adottare è necessario calcolare l'indice di massa corporea (IMC).
 
Al colloquio psicologico il soggetto anoressico, anche quando posto di fronte alla propria immagine riflessa da uno specchio, non ammette di essere magro, e se lo fa in senso complessivo giudica comunque alcuni punti del proprio corpo come troppo grassi anche quando il suo IMC è ben al di sotto del valore soglia. L’anoressia è quindi un disturbo della percezione corporea. Il disturbo è di gran lunga più frequente nel sesso femminile, con un rapporto 9:1 rispetto ai maschi e con un picco nella fascia di età compresa fra i 14 e i 20 anni. 
 anoressia-soggetto-anoressico

Il comportamento alimentare del soggetto anoressico 

Il soggetto anoressico ha frequentemente personalità introversa. L’inizio del disturbo si caratterizza per la progressiva tendenza all’isolamento, in particolare per quanto riguarda il consumo dei pasti, che iniziano ad essere assunti in privato e molto lentamente. Il comportamento alimentare dell’anoressico può essere suddiviso in due sottotipi:
1) con comportamenti restrittivi;
2) con comportamenti bulimici.
 
I soggetti con condotte restrittive sono in grado di attuare digiuni forzati e protratti nel tempo, senza perdere quasi mai il controllo, concedendosi tentazioni molto piccole e rare. Per contro, i soggetti con comportamento bulimico perdono frequentemente il controllo, ed in queste circostanze si concedono abbuffate compulsive. Alle abbuffate seguono comportamenti punitivi di svuotamento, con ricorso al vomito, all’uso di lassativi, di diuretici e di clisteri.

Trattamento

La terapia dell’AN è di tre tipi: 1) nutrizionale; 2) farmacologica; 3) psicologica. Gli obiettivi sono di breve e lungo periodo. Nei soggetti con magrezza severa, la terapia nutrizionale può essere attuata anche in regime di Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), essendo riconosciuta in Italia la natura psichiatrica dell’anoressia. In questo caso il paziente è alimentato o con sondino nasogastrico o per via parenterale, con somministrazione di almeno 1.500 kcal/giorno: l’obiettivo della nutrizione forzata è duplice: a) introdurre una quantità di energia sufficiente ad un rapido recupero del peso; b) compensare gli squilibri elettrolitici e metabolici, potenzialmente letali.
 
Non esiste un trattamento farmacologico standard. I farmaci da utilizzare dipendono dal quadro clinico, spaziando da quelli psichiatrici se sono presenti anche disturbi dell’umore o della personalità a quelli cardiovascolari, volti ad evitare le aritmie ed altri disturbi cardiaci e renali (conseguenti all'eccessivo dimagrimento) che possono mettere a rischio la vita del paziente. Il trattamento psicologico ha finalità di lungo periodo, ed è mirato sia a rielaborare le conflittualità emotive e relazionali sottese al rifiuto del cibo (psicoterapia psicodinamica) sia a ripristinare una corretto rapporto con il cibo ed i pasti (terapia cognitivo-comportamentale).

 

A chi rivolgersi?

Psichiatra (diagnosi ed eventuale trattamento farmacologico)

Nutrizionista (trattamento dietetico)

Psicologo (diagnosi e psicoterapia)

La lettura dell'articolo non sostituisce il parere del medico

CERCHI UNO SPECIALISTA
NELLA TUA ZONA?

N&S Store prossimamente online

Questo sito utilizza i cookie per migliorare servizi ed esperienza dei lettori. Se decidi di continuare la navigazione consideriamo che accetti il loro uso.