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Pubblicato da Staff N&S

La timidezza è un tratto della personalità, fisiologico nel bambino e nell’adolescente, che tende a scomparire o attenuarsi con la maturazione psicofisica ed affettiva. Sono usati come sinonimi anche i termini insicurezza, ansia sociale e introversione. In realtà l’ansia sociale costituisce una forma già avanzata e patologica della timidezza, mentre l’introversione non necessariamente coincide con la timidezza.

Come si manifesta la timidezza?

Il soggetto timido è imbarazzato e diventa ansioso quando deve relazionarsi con altre persone, anche per questioni banali, per esempio chiedere un’informazione. Se costretto a relazionarsi, il timido evita il contatto visivo con l’interlocutore, tiene lo sguardo basso o rivolto altrove, utilizza un eloquio minimo con frasi brevi. Potendo, cercherebbe di diventare invisibile, come ben rappresentato dalla coperta di Linus, il personaggio dei fumetti. La timidezza si accentua nei confronti dell’altro sesso, perché un giudizio negativo sarebbe ancora più grave. Se l’occasione sociale si protrae, la tensione emotiva aumenta, determinando ansia sociale, con tutte le conseguenze fisiologiche connesse a tale condizione: palpitazioni (cuore in gola), rossore del viso, sudorazione della fronte e delle mani, paura di apparire goffi etc. Nei casi più gravi la timidezza sfocia nella fobia sociale, in un continuum nel quale la “tensione nervosa” cresce progressivamente fino a divenire incontrollabile (figura 1).

Figura 1. Dalla timidezza fisiologica alla fobia sociale.
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Le cause della timidezza

Il ruolo svolto dal contesto familiare, educativo e sociale è cruciale. Il bambino educato secondo schemi gerarchici rigidi è più probabile che percepisca se stesso preda del giudizio altrui, in particolare dalle figure adulte o da quelle che rappresentano l’autorità. Ciò è provato dal fatto che nelle società dove la gerarchia sociale costituisce un valore primario (es. Giappone), la timidezza è più frequente che nelle società meno vincolanti. Anche una educazione iperprotettiva, che per definizione tutela il bambino da una sana e necessaria esposizione all’ambiente esterno, gioca un ruolo determinante nello sviluppo della timidezza e dell’ansia sociale.

Conseguenze e cura della timidezza

Una modesta dose di timidezza non costituisce un limite alla vita di relazione e può essere apprezzata dalle persone con cui il timido entra in contatto. Il problema si pone quando la timidezza non solo non regredisce entro limiti accettabili nell’età adulta ma si amplifica, con conseguente inibizione sociale. Il timido diventa quindi socialmente ed affettivamente poco competitivo anche quando possiede qualità culturali, umane e professionali in abbondanza. Quando la timidezza sfocia in una persistente ansia sociale che interferisce con la vita di relazione, è necessario iniziare un percorso di riabilitazione psicologica. Possono essere usate varie tecniche, tutte aventi come obiettivo finale la desensibilizzazione (riduzione dell’ansia) quando il soggetto timido è esposto alle “situazioni imbarazzanti”. La terapia cognitivo-comportamentale è quella maggiormente studiata e fra le più utilizzate nella timidezza patologica e nell’ansia sociale (NICE Guidelines Guidelines).

A chi rivolgersi?

Psicologo

La lettura dell'articolo non sostituisce il parere del medico

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